Che cosa pensano tutti i bambini che arrivano sulle coste Greche in questi mesi? Come vedono il mondo dalla loro prospettiva di bambini? Cosa ricorderanno di questi giorni in cui il mondo ha trovato per loro una definizione che si porteranno dietro per anni – rifugiati? Come racconteranno ad altri, in altri tempi e luoghi del loro essere persone e rifugiati/e?

Incontro i loro sguardi nei video e nelle foto che campeggiano sulle prime pagine dei giornali e mi chiedo cosa pensino mentre passano di mano in mano, dal mare alla terra, dall’essere bambini all’essere rifugiati. Le definizioni spesso sottraggono dettagli, sottolineano un aspetto, prendono la parte per il tutto. Ma ci sono così tante parti nella composizione di un essere umano, di una persona, di un individuo.

While I am writing these lines Ali al-Nimr is being tortured. He is alone in a prison cell, separated from his family, wounded, bleeding.

While I am writing these lines, comfortably in my home, Ali al-Nimr is waiting for his death in a prison in Saudi Arabia where, if nothing changes, if the international community does not succeed in saving his life, he will be crucifixied.

He will be crucifixied for raising his voice, for standing up for his rights, for speaking out loud.

Now that he cannot stand for his rights, mistreated, offended in his body and mind, we should try our best and raise our voices for him.

For Ali, so that his name will not be lost in the wind and that it will arrive to those that can save his life and bring him back home, alive.

https://www.amnesty.org/en/documents/MDE23/014/2014/en/

Noi li vogliamo solo cristiani. Noi prendiamo le donne e i bambini. A me dia qualche anziano. I disabili non mi interessano. A me solo chi ha studiato.

Trattiamo i migranti senza riconoscerne la dignità di individui, di persone che agiscono nel mondo e compiono scelte consapevoli. Trattiamo i migranti come numeri senza volto, senza pensare seriamente che il loro destino dipenda dalle scelte del mondo che abitiamo. Cerchiamo le foto di corpi bambini portati dalle onde, di donne che sfidano gli scudi alla frontiera, di mani che gettano pietre, di labbra che sussurrano preghiere, per cercare persone dietro le parole dei giornali, dietro i titoli che sottraggono individualità e trasformano in mucchio le persone.

Le parole si trasformano in trincee e dunque ora ci siamo noi e loro, i nostri e i loro in una guerra impari in cui le parti neanche si conoscono. In cui le parti non vogliono conoscersi per evitare delle scelte da cui non si potrà evadere. Perché, se dietro un migrante vedessimo un uomo che migra, quali sarebbero le nostre giustificazioni per opporre alla sua fuga un muro di volti coperti di plastica? Perché, se conoscessimo meglio la nostra parte, come potremmo sostenere che i cristiani sono migliori, quando la violenza domestica porta più morte che la violenza che viene da fuori, quando tra chi porta la croce c’è chi non sa essere padre? 

Chi siamo noi, chi sono i nostri? 

Sono un po’ più di 2000, lascio?

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