Silence please

« Conosco una bambina che da piccola, quando si chiedeva com’erano nate le parole, immaginava una specie di parallelepipedo di cristallo alto molto molto stretto. In cima c’era un tavolo  In cima c’era un tavolo su cui era posato un grande libro pesante. Sul libro c’erano le figure di tutte le cose del mondo. Due signori in giacca e cravatta ne sfogliavano le pagine e indicavano i disegni, discutendo animatamente tra loro. “E questa cosa qui come la chiamiamo?” “Non so, “armadio” ti piace?” “Armadio… Fantastico! È il nome perfetto”. “Allora siamo d’accordo: questo qui è l’armadio”. La bambina immaginava che la scena si ripetesse per ogni cosa – il pomodoro, il girasole, l’aspirapolvere e il fiume, per il gatto, la cimice, l’ombelico e l’aquilone – pagina dopo pagina, disegno dopo disegno, fino a dare un nome all’interno universo. Una volta le ho chiesto come mai nelle altre lingue le parole fossero diverse. Ha risposto: “Perché in ogni Paese ci sono due signori che danno i nomi alle cose”. Niente è più meraviglioso dello spettacolo di un bambino che impara a parlare. È come se, associando suoni e contorsioni della bocca a quello che vede, lanciasse sulle cose parole come piccole reti per impossessarsi del mondo. Attraverso la lingua la vista si fa sguardo. Il mondo di ogni uomo viene alla luce, incomincia a esistere con le parole, perché la parola separa l’indifferenziato e crea le cose che nomina. Ogni bambino ripete la Genesi – “e Dio disse: “Luce”. E luce fu” – un miliardo di volte, una per ogni parola che impara e che dice. Ma la parola sbuccia le cose. Il linguaggio è anche una rete, una gabbia, una mappa che si distende sul mondo fino a coprirlo. Mostra e nasconde. Distingue le cose l’una dall’altra, le rende visibili, ma offusca la vista. Illude che se si può nominare si può dominare.  […] Il mondo è sempre più grande della bocca degli uomini. Bisognerebbe istituire una giornata mondiale senza parole. E stare zitti, tutti, per 24 ore. Smettere di leggere e scrivere, usare telefonini e computer. Non per meditare, tutt’altro. Per vivere. Per esistere accanto agli altri senza proteggersi, chiedere, rispondere. Al modo degli animali e degli alberi. Guardare il mondo sotto la crosta del linguaggio insegnerebbe a ogni uomo, donna e bambino che prima di tutto si esiste in mezzo ad altre cose, e che tra le cose che esistono c’è anche ciò che si prova. Il silenzio ci insegnerebbe che cose come lo stupore, la paura e l’amore sono concrete e reali quanto uno struzzo, una banana o un’aringa. Tacere ci illuminerebbe per un giorno la vita, senza spiegarla. Scrisse Junichiro Kawasaki, il poeta: “La luna illumina una rosa. E non si vedono parole”»

Tratto da  Giacomo Papi, Cose che non vanno più di moda, D di Repubblica, anno 17, 791, 12 maggio 2012

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